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| Abbi fede in Dio, io pregherò per te e il Signore ti esaudirà |
A Padova, san Leopoldo (Bogdan) da Castronuovo Mandic, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che arse di zelo per l’unità dei cristiani e dedicò tutta la vita al ministero della riconciliazione.
Sa che la pratica dell'ubbidienza è più efficace di qualsiasi predica. Per incoraggiare se stesso a ciò, copia di proprio pugno la famosa lettera di Sant'Ignazio su questa virtù, e la conserva sempre accanto a sè. Sarà l'apostolo della riconciliazione degli Orientali separati dall'unità cattolica attraverso la preghiera ed il sacrificio, come Santa Teresa di Gesù Bambino e della Sacra Sindone, proclamata patrona delle missioni, mentre non è mai uscita dal proprio convento.
Scrive al proprio direttore spirituale: «Quando noi sacerdoti celebriamo i sacri misteri con quest'intento, è Cristo stesso che prega per i nostri fratelli separati. Ora, sappiamo d'altro canto l'efficacia di questa preghiera di Cristo, che è sempre esaudita». Egli scopre un'altra garanzia di detto ritorno, nella devozione profonda degli Orientali per la Vergine Maria. Una Madre tanto buona non li può abbandonare. «O Beata Vergine, scrive, credo che tu abbia le massime premure per i dissidenti orientali. Ed io desidero collaborare di tutto cuore al tuo materno affetto». Tutti i fedeli sono chiamati anch'essi ad unirsi al santo Sacrificio della Messa ed a pregare la Santissima Vergine in vista della riunificazione dei cristiani.
All'età di otto anni, una delle sue sorelle l'aveva sgridato per una colpa non grave, e trascinato davanti al curato che l'aveva fatto inginocchiare in mezzo alla chiesa: «Ne fui, dirà più tardi, profondamente rattristato e pensai fra me e me: Perchè trattare tanto duramente un bambino per una colpa così lieve? Quando sarò grande, voglio farmi frate, diventare confessore e trattare le anime dei peccatori con molta bontà e misericordia». Questo suo desiderio si realizza pienamente a Padova.
Il ministero del sacramento della Riconciliazione è per lui una penitenza dura. Lo esercita in una stanzetta di pochi metri quadrati, senza aria nè luce, un forno d'estate, una ghiacciaia d'inverno. Vi rimane chiuso da dieci a quindici ore al giorno. «Come fai a resistere tanto a lungo nel confessionale?» gli chiede un giorno un confratello. «È la mia vita, capisci», risponde sorridendo. L'amore per le anime lo rende prigioniero volontario del confessionale, poichè sa che «morire in stato di peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati da Lui per sempre, per una nostra libera scelta», e che «le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, «il fuoco eterno»» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, 1033; 1035).
Per procurare l'immenso beneficio del perdono di Dio a tutti coloro che si rivolgono a lui, Padre Leopoldo si mostra aperto e sorridente, prudente e modesto, consigliere spirituale comprensivo e paziente. L'esperienza gli insegna quanto sia importante mettere il penitente a proprio agio e ispirargli fiducia. Uno di essi ha riferito un fatto rivelatore: «Non mi ero confessato da anni. Finalmente, mi decisi e andai a trovare Padre Leopoldo. Ero molto inquieto, imbarazzato. Non appena entrato, egli si alzò e mi abbordò, tutto lieto, come fossi un amico atteso: «Prego, si accomodi». Nel mio smarrimento, andai a sedermi sulla sua poltrona. Senza dir nulla, egli si inginocchiò per terra ed ascoltò la mia confessione. Quando essa fu terminata, e soltanto allora, mi accorsi della mia storditaggine e me ne volli scusare; ma lui, sorridendo: «Di nulla, di nulla, disse. Vada in pace». Questo tratto di bontà rimase impresso nella mia mente. Facendo così, mi aveva totalmente conquistato».
Padre Leopoldo si preoccupa di suscitare nei penitenti le disposizioni volute per ricevere fruttuosamente il sacramento. Esso comporta «da una parte, gli atti dell'uomo che si converte sotto l'azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall'altra parte, l'azione di Dio attraverso l'intervento della Chiesa» (CCC, 1448). Fra gli atti del penitente, la contrizione viene in primo luogo. È un dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire. La contrizione comporta l'odio per i disordini della vita passata ed un intenso orrore del peccato, secondo le seguenti parole: Liberatevi da tutte le colpe che avete commesso contro di me, formatevi un cuore e uno spirito nuovo (Ez. 18, 31). Essa include pure «il serio proposito di non commetter più peccati in avvenire. Se tale disposizione dell'anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento... Il fermo proposito di non peccare più deve fondarsi sulla grazia divina che il Signore non manca mai di dare a colui che fa del suo meglio per agire onestamente» (Giovanni Paolo II, 22 marzo 1996). Per ricevere l'assoluzione, non basta dunque l'intenzione di peccare meno, ma è indispensabile esser decisi a non commetter più peccati gravi.
Quando proviene dall'amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta «perfetta». Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale. La contrizione detta «imperfetta», o «attrizione», è anch'essa un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza.
La confessione dei peccati al sacerdote costituisce il secondo atto essenziale del sacramento della Penitenza. È necessario che i penitenti enumerino, nella confessione, tutti i peccati mortali di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo (cattivi desideri volontari), perchè spesso questi peccati feriscono più gravemente l'anima e si rivelano più pericolosi di quelli commessi in faccia a tutti. Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita della grazia. Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come Lui, e riceviamo un «accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano» (ved. CCC, 1496).
La soddisfazione sacramentale è il terzo degli atti del penitente. Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa per riparare le proprie colpe, vale a dire «soddisfare» in maniera adeguata. Questa soddisfazione si chiama anche «penitenza». Può consistere nella preghiera, in un'offerta, nelle opere di misericordia, in privazioni volontarie, e soprattutto nella paziente accettazione della croce quotidiana. Inoltre, molti peccati recano offesa al prossimo ed esigono una riparazione quando ciò è possibile: per esempio, restituire le cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, ecc. (ved. CCC, 1451-1460).
Tali «penitenze» contribuiscono a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati una volta per sempre. Esse ci permettono di diventare i coeredi della sua risurrezione, dal momento che partecipiamo alle sue sofferenze (Rom. 8, 17). Ma la nostra unione alla Passione di Cristo attraverso la penitenza si realizza anche all'infuori dell'ambito sacramentale.
Venne chiesto un giorno a Padre Leopoldo: «Padre, come capisce lei le parole del Signore: Che colui che vuol seguirmi, prenda tutti i giorni la sua croce? Dobbiamo per questo fare penitenze straordinarie? – Non è il caso di fare penitenze straordinarie, rispose. Basta che sopportiamo con pazienza le tribolazioni ordinarie della nostra misera vita: le incomprensioni, le ingratitudini, le umiliazioni, le sofferenze occasionate dai cambiamenti di stagione e dell'atmosfera in cui viviamo... Dio ha voluto tutto questo come mezzo per operare la nostra Redenzione. Ma perchè tali tribolazioni siano efficaci e facciano bene alla nostra anima, non bisogna sfuggirle con tutti i mezzi possibili... La preoccupazione eccessiva delle comodità, la ricerca costante degli agi, non ha niente a che vedere con lo spirito cristiano. Non è certamente questo prendere la propria croce e seguire Gesù. È piuttosto evitarla. E colui che soffre soltanto quel che non ha potuto evitare non avrà molti meriti». «L'amore di Gesù, non si stanca di ripetere, è un fuoco che viene alimentato con la legna del sacrificio e l'amore della croce; se non viene nutrito così, si spegne».
Durante l'inverno del 1941, i dolori allo stomaco che fanno soffrire Padre Leopoldo da molto tempo si fanno più acuti. Deve mettersi a letto. Il 30 luglio 1942, come sempre, si alza di buon mattino e passa un'ora in preghiera nella cappella dell'infermeria. Alle sei e mezzo, riveste i paramenti liturgici, ma è assalito da un malessere violento e sviene. Quando riprende i sensi, riceve l'Estrema unzione, poi ripete le pie invocazioni che gli suggerisce il Padre Superiore. Alle parole della Salve Regina: «O clemente, o pietosa, o dolce Vergine Maria», la sua anima spicca il volo verso il Cielo, dove viene accolta nella letizia infinita di tutta la Corte celeste. Leopoldo Mandic è stato beatificato il 2 maggio 1976 da Papa Paolo VI e canonizzato il 14 ottobre 1983 dal Santo Padre, Papa Giovanni Paolo II.
Possa egli, dall'alto dei Cieli, aiutarci a mettere in pratica, attraverso il Sacramento della Penitenza ricevuto frequentemente, l'esortazione dell'epistola agli Ebrei: Accostiamoci con fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare la grazia d'un aiuto opportuno (4, 16). Affidiamo alla sua efficace intercessione, come pure a quella di San Giuseppe, tutti, vivi e defunti.
Scrive al proprio direttore spirituale: «Quando noi sacerdoti celebriamo i sacri misteri con quest'intento, è Cristo stesso che prega per i nostri fratelli separati. Ora, sappiamo d'altro canto l'efficacia di questa preghiera di Cristo, che è sempre esaudita». Egli scopre un'altra garanzia di detto ritorno, nella devozione profonda degli Orientali per la Vergine Maria. Una Madre tanto buona non li può abbandonare. «O Beata Vergine, scrive, credo che tu abbia le massime premure per i dissidenti orientali. Ed io desidero collaborare di tutto cuore al tuo materno affetto». Tutti i fedeli sono chiamati anch'essi ad unirsi al santo Sacrificio della Messa ed a pregare la Santissima Vergine in vista della riunificazione dei cristiani.
All'età di otto anni, una delle sue sorelle l'aveva sgridato per una colpa non grave, e trascinato davanti al curato che l'aveva fatto inginocchiare in mezzo alla chiesa: «Ne fui, dirà più tardi, profondamente rattristato e pensai fra me e me: Perchè trattare tanto duramente un bambino per una colpa così lieve? Quando sarò grande, voglio farmi frate, diventare confessore e trattare le anime dei peccatori con molta bontà e misericordia». Questo suo desiderio si realizza pienamente a Padova.
Il ministero del sacramento della Riconciliazione è per lui una penitenza dura. Lo esercita in una stanzetta di pochi metri quadrati, senza aria nè luce, un forno d'estate, una ghiacciaia d'inverno. Vi rimane chiuso da dieci a quindici ore al giorno. «Come fai a resistere tanto a lungo nel confessionale?» gli chiede un giorno un confratello. «È la mia vita, capisci», risponde sorridendo. L'amore per le anime lo rende prigioniero volontario del confessionale, poichè sa che «morire in stato di peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati da Lui per sempre, per una nostra libera scelta», e che «le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, «il fuoco eterno»» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, 1033; 1035).
Per procurare l'immenso beneficio del perdono di Dio a tutti coloro che si rivolgono a lui, Padre Leopoldo si mostra aperto e sorridente, prudente e modesto, consigliere spirituale comprensivo e paziente. L'esperienza gli insegna quanto sia importante mettere il penitente a proprio agio e ispirargli fiducia. Uno di essi ha riferito un fatto rivelatore: «Non mi ero confessato da anni. Finalmente, mi decisi e andai a trovare Padre Leopoldo. Ero molto inquieto, imbarazzato. Non appena entrato, egli si alzò e mi abbordò, tutto lieto, come fossi un amico atteso: «Prego, si accomodi». Nel mio smarrimento, andai a sedermi sulla sua poltrona. Senza dir nulla, egli si inginocchiò per terra ed ascoltò la mia confessione. Quando essa fu terminata, e soltanto allora, mi accorsi della mia storditaggine e me ne volli scusare; ma lui, sorridendo: «Di nulla, di nulla, disse. Vada in pace». Questo tratto di bontà rimase impresso nella mia mente. Facendo così, mi aveva totalmente conquistato».
Padre Leopoldo si preoccupa di suscitare nei penitenti le disposizioni volute per ricevere fruttuosamente il sacramento. Esso comporta «da una parte, gli atti dell'uomo che si converte sotto l'azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall'altra parte, l'azione di Dio attraverso l'intervento della Chiesa» (CCC, 1448). Fra gli atti del penitente, la contrizione viene in primo luogo. È un dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire. La contrizione comporta l'odio per i disordini della vita passata ed un intenso orrore del peccato, secondo le seguenti parole: Liberatevi da tutte le colpe che avete commesso contro di me, formatevi un cuore e uno spirito nuovo (Ez. 18, 31). Essa include pure «il serio proposito di non commetter più peccati in avvenire. Se tale disposizione dell'anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento... Il fermo proposito di non peccare più deve fondarsi sulla grazia divina che il Signore non manca mai di dare a colui che fa del suo meglio per agire onestamente» (Giovanni Paolo II, 22 marzo 1996). Per ricevere l'assoluzione, non basta dunque l'intenzione di peccare meno, ma è indispensabile esser decisi a non commetter più peccati gravi.
Quando proviene dall'amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta «perfetta». Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale. La contrizione detta «imperfetta», o «attrizione», è anch'essa un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza.
La confessione dei peccati al sacerdote costituisce il secondo atto essenziale del sacramento della Penitenza. È necessario che i penitenti enumerino, nella confessione, tutti i peccati mortali di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo (cattivi desideri volontari), perchè spesso questi peccati feriscono più gravemente l'anima e si rivelano più pericolosi di quelli commessi in faccia a tutti. Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita della grazia. Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come Lui, e riceviamo un «accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano» (ved. CCC, 1496).
La soddisfazione sacramentale è il terzo degli atti del penitente. Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa per riparare le proprie colpe, vale a dire «soddisfare» in maniera adeguata. Questa soddisfazione si chiama anche «penitenza». Può consistere nella preghiera, in un'offerta, nelle opere di misericordia, in privazioni volontarie, e soprattutto nella paziente accettazione della croce quotidiana. Inoltre, molti peccati recano offesa al prossimo ed esigono una riparazione quando ciò è possibile: per esempio, restituire le cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, ecc. (ved. CCC, 1451-1460).
Tali «penitenze» contribuiscono a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati una volta per sempre. Esse ci permettono di diventare i coeredi della sua risurrezione, dal momento che partecipiamo alle sue sofferenze (Rom. 8, 17). Ma la nostra unione alla Passione di Cristo attraverso la penitenza si realizza anche all'infuori dell'ambito sacramentale.
Venne chiesto un giorno a Padre Leopoldo: «Padre, come capisce lei le parole del Signore: Che colui che vuol seguirmi, prenda tutti i giorni la sua croce? Dobbiamo per questo fare penitenze straordinarie? – Non è il caso di fare penitenze straordinarie, rispose. Basta che sopportiamo con pazienza le tribolazioni ordinarie della nostra misera vita: le incomprensioni, le ingratitudini, le umiliazioni, le sofferenze occasionate dai cambiamenti di stagione e dell'atmosfera in cui viviamo... Dio ha voluto tutto questo come mezzo per operare la nostra Redenzione. Ma perchè tali tribolazioni siano efficaci e facciano bene alla nostra anima, non bisogna sfuggirle con tutti i mezzi possibili... La preoccupazione eccessiva delle comodità, la ricerca costante degli agi, non ha niente a che vedere con lo spirito cristiano. Non è certamente questo prendere la propria croce e seguire Gesù. È piuttosto evitarla. E colui che soffre soltanto quel che non ha potuto evitare non avrà molti meriti». «L'amore di Gesù, non si stanca di ripetere, è un fuoco che viene alimentato con la legna del sacrificio e l'amore della croce; se non viene nutrito così, si spegne».
Durante l'inverno del 1941, i dolori allo stomaco che fanno soffrire Padre Leopoldo da molto tempo si fanno più acuti. Deve mettersi a letto. Il 30 luglio 1942, come sempre, si alza di buon mattino e passa un'ora in preghiera nella cappella dell'infermeria. Alle sei e mezzo, riveste i paramenti liturgici, ma è assalito da un malessere violento e sviene. Quando riprende i sensi, riceve l'Estrema unzione, poi ripete le pie invocazioni che gli suggerisce il Padre Superiore. Alle parole della Salve Regina: «O clemente, o pietosa, o dolce Vergine Maria», la sua anima spicca il volo verso il Cielo, dove viene accolta nella letizia infinita di tutta la Corte celeste. Leopoldo Mandic è stato beatificato il 2 maggio 1976 da Papa Paolo VI e canonizzato il 14 ottobre 1983 dal Santo Padre, Papa Giovanni Paolo II.
Possa egli, dall'alto dei Cieli, aiutarci a mettere in pratica, attraverso il Sacramento della Penitenza ricevuto frequentemente, l'esortazione dell'epistola agli Ebrei: Accostiamoci con fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare la grazia d'un aiuto opportuno (4, 16). Affidiamo alla sua efficace intercessione, come pure a quella di San Giuseppe, tutti, vivi e defunti.
