Il bene supremo della preghiera

San Giovanni Crisostomo (ca 345-407)
sacerdote, poi vescovo, dottore della Chiesa

Il bene supremo è la preghiera, il parlare familiarmente con Dio. E' la relazione a Dio e l'unione con lui. Come gli occhi del corpo sono illuminati alla vista della luce, così l'anima protesa verso Dio è illuminata dalla sua ineffabile luce.

La preghiera non è l'effetto di una attitudine esteriore, ma viene dal cuore. Non si limita a delle ore o a dei momenti determinati, ma, di notte come di giorno, è un'attività continua. Non basta accontentarsi di orientare il pensiero a Dio quando lo si applica unicamente alla preghiera; anche quando è assorbito da altre occupazioni - come la cura dei poveri o qualche altro impegno in vista di un'opera buona e utile, occorre aggiungervi il desiderio ed il ricordo di Dio, al fine di offrire al Signore dell'universo un cibo dolcissimo condito con il sale dell'amore di Dio.

La preghiera è la luce dell'anima, la vera conoscenza di Dio, la mediatrice fra Dio e gli uomini. Per mezzo di essa l'anima si eleva al cielo ed abbraccia il Signore con indicibile affetto. Come un neonato verso la madre, ella si volge a Dio piangendo, assetata del latte divino. Esprime i suoi intimi desideri e riceve doni superiori ad ogni natura visibile. La preghiera, con la quale ci presentiamo rispettosamente a Dio, è la gioia del cuore e il riposo dell'anima.


Marta, lo accolse nella sua casa

Sant'Agostino (354-430)
vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa

Nell'eternità, noi siamo destinati a stare a tavola. Non oserei dirlo, se non lo avesse promesso il Signore: «Li farà accomodare a tavola e passando si metterà a servirli» (Lc 12,37). O grande promessa, o felice suo adempimento! Operiamo in modo da meritarlo; facciamo in modo di arrivare là dove il Signore ci servirà mentre saremo adagiati a tavola.

Che cosa sarà allora l'essere adagiati a tavola se non riposare? E che cosa sarà il servire se non nutrire? Qual è quel cibo? Qual è quella bevanda? Naturalmente sarà la stessa verità... Non credi forse che Dio può nutrire così, dal momento che adesso il tuo occhio si pasce così della luce di quaggiù? Il tuo occhio si pasce della luce. Sia che la vedano molti, sia che la vedano pochi, essa brilla sempre nella stessa misura; gli occhi se ne pascono senza che essa venga meno. Perché non lo capite ancora? Perché siete occupati in molte faccende. Voi siete presi, anzi tutti noi siamo presi dalle occupazioni di Marta. In realtà chi mai è esente da questo servizio di prendersi cura degli altri?

Vi scongiuro, dunque, carissimi, vi esorto, vi prego: cerchiamo di desiderare insieme quella vita, di correre verso di essa arrivandoci insieme, affinché ci fermiamo in essa perseverando. Verrà l'ora e sarà un'ora senza fine, quando il Signore ci farà accomodare a tavola e ci servirà. Che cosa ci darà, se non se stesso? Perché cercate che cosa mangerete? Avete il Signore in persona. "Una sola cosa ho chiesto al Signore, questa cercherò: di abitare nella casa del Signore per tutti i giorni della mia vita per contemplare le delizie del signore" (Sal 27,4). 

Non dobbiamo dunque avere il gusto dei cibi materiali. Questi scompariranno; si devono tollerare, non amare. Se vuoi adempiere il compito di Marta occupandoti di essi devi usare la moderazione e la misericordia. Passerà la fatica e arriverà il riposo; ma si arriverà al riposo unicamente attraverso la fatica. Passerà la nave e arriverà nella patria; ma alla patria non si arriverà se non per mezzo della nave. Io sono sicuro che non andremo a fondo poiché siamo trasportati dal legno della croce.


Il samaritano soccorritore

San Gregorio Nisseno (ca 335-395)
monaco e vescovo

“Questo è il mio diletto, questo è il mio amico, o figlie di Gerusalemme” (Ct 5,16). La Sposa del Cantico mostra colui che cercava dicendo: “Ecco colui che cerco, colui che per diventare nostro fratello è salito dal paese di Giuda. E' diventato amico di colui che era caduto nelle mani dei briganti: ha guarito le sue piaghe con olio, vino e fasciature; l'ha fatto salire sulla propria cavalcatura; l'ha fatto riposare all'albergo; ha pagato due pezzi d'argento per il mantenimento; ha promesso di dare al suo ritorno quanto fosse stato speso in più per compiere i suoi ordini”. Ognuno dei particolari ha un significato evidente.

Il dottore della Legge tentava il Signore e voleva mostrarsi superiore agli altri; nel suo orgoglio si mette alla pari degli altri, dicendo: “Chi è il mio prossimo?” Il Verbo allora gli espone, sotto forma di un racconto, tutta la storia santa della misericordia: racconta la discesa dell'uomo, l'imboscata dei briganti, la perdita della veste incorruttibile, le ferite del peccato, l'appropriazione da parte della morte di metà della nostra natura (poiché la nostra anima è rimasta immortale), il passaggio inutile della Legge (poiché né il sacerdote né il levita hanno curato le piaghe di colui che era caduto nelle mani dei briganti).

“E' impossibile infatti eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri” (Eb 10,4): solo poteva farlo colui che ha preso la natura umana – dei Giudei, dei Samaritani, dei Greci – in una parola di tutta l'umanità. Con il suo corpo, come cavalcatura, è andato là dov'è la miseria dell'uomo. Ha guarito le sue piaghe, l'ha fatto riposare su di sé ed ha fatto per lui della sua misericordia un albergo, dove tutti quelli che sono affaticati e oppressi trovano il ristoro (Mt 11.28).



Produrre frutto buono

San Massimo di Torino (? - ca 420)
vescovo

La vigna del Signore degli eserciti, dice il profeta, è la casa di Israele (Is 5,7). Ora quella casa, siamo noi, e poiché siamo Israele, siamo la vigna. Stiamo dunque attenti che non nasca dai nostri tralci, invece dell’uva della dolcezza, quella dell’ira (Ap 14,19), affinché non ci sia detto:“Mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica” (Is 5,4). 

Che terra ingrata! Mentre avrebbe dovuto offrire al suo padrone i frutti della dolcezza, l'ha invece trafitto con le sue spine aguzze. Così i nemici. Avrebbero dovuto accogliere il Salvatore con tutta la devozione della loro fede, invece l'hanno coronato delle spine della Passione. Per loro questa corona significava proprio oltraggi e ingiurie, ma agli occhi del Signore, era la corona delle virtù.

State attenti, fratelli, che non sia detto nei nostri riguardi: “Egli aspettava che producesse uva, ma essa fece rovi selvatici” (Is 5,2). Stiamo attenti che le nostre cattive azioni non feriscano il capo del Signore come dei rovi. Ci sono spine del cuore che hanno ferito persino la parola di Dio, come dice il Signore nel Vangelo, quando racconta che il seme del seminatore cadde sulle spine che crebbero e soffocarono ciò che era stato seminato (Mt 13,7). 

Badate che la vostra vigna non porti rovi invece che uva; che la vostra vendemmia non produca aceto invece che vino. Chiunque vendemmia senza distribuirne una parte ai poveri, raccoglie aceto invece che vino; e chi ripone nel granaio le sue messi senza distribuirne agli indigenti non mette da parte il frutto dell'elemosina, ma i cardi dell'avarizia.