Povertà, Castità, Obbedienza

«Non posso esprimere - dice - ciò che è stata questa sofferenza: perché se il tormento di un 'anima del mondo è terribile, tuttavia è nulla di fronte a quello di un'anima religiosa». La sua penna rinuncia a descriverlo, tuttavia nota che queste tre parole: Povertà, Castità, Obbedienza si ripercuotono senza sosta nel fondo di quell'anima come un'accusa e un rimorso straziante.

«Hai pronunziato liberamente i voti, in piena conoscenza di ciò che esigevano... Tu stessa ti sei legata, e l'hai voluto! e la tortura inesprimibile dell'anima è di ripetersi continuamente: "L'ho fatto ed ero libera!"...»

E aggiunge: «L'anima si ricorda continuamente di aver scelto Dio per Sposo e di averlo amato al di sopra di tutto... di aver rinunziato per Lui ai più legittimi piaceri e a tutto quello che aveva di più caro al mondo... che all'inizio della vita religiosa aveva gustato la dolcezza, la forza e la purezza di quest'Amore celeste, e adesso, per una passione non domata, deve odiare eternamente quel Dio che l'aveva scelta per amarlo! Questa necessità di odiare è una sete che la consuma... Non un ricordo che possa dare il più piccolo sollievo».

«Uno dei tormenti più dolorosi - scrive - è la vergogna che ricopre quell'anima. Sembra che tutti i dannati che la circondano gridino di continuo: "Che ci siamo perduti noi che non avevamo gli stessi soccorsi di te, nulla di straordinario... ma tu!... Che ti mancava?... vivevi nel palazzo del Re, mangiavi alla tavola dei privilegiati..."» «Quello che scrivo - conclude - in paragone di ciò che soffre l'anima non è che un'ombra, perché non c'è parola che possa esprimere un simile tormento».